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Scomposizioni conversazione sull’arte con Remo Bodei Logica del senso o della comunicazione? conversazione con Michelangelo Pistoletto Meta: progetto meranese conversazione con Gisella Vismara
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Scomposizioni conversazione sull’arte con Remo Bodei di Nazario Zambaldi
(Parte conclusiva dell’intervista “Dall’insula alle moltitudini” per la rivista “frame”, Bologna, 2005; con il titolo “Filosofia delle emozioni” per “Informa” rivista dell’Istituto Pedagogico della Provincia Autonoma di Bolzano, 2007) Nazario Zambaldi: Dal sublime politico, come lei lo chiama, a quello estetico. Per entrambi lei parla di “shock”; il concetto come utilizzato da Benjamin forse è una tra le sue teorizzazioni più deboli. Ciò che voglio dire, anche alla luce di recenti strumentalizzazioni concettuali, è che si tratta di un “effetto”, come tale soggetto ad assuefazione, passeggero. L’arte contemporanea, permeabile ai modi della comunicazione moderna, cinema, televisione, non le pare si preoccupi spesso più di quest’aspetto, che di fatto lascia le cose come sono … Remo Bodei: C’è assuefazione per tanti motivi; uno è l’inflazione degli artisti e degli stili; non ce ne sono mai stati come ora, in tutti i paesi … i committenti, i galleristi, non sono necessariamente persone “di gusto”; rispetto al passato lo stato è una macchina burocratica, non più “opera d’arte” alleata della religione; oggi si pensa all’arte come finita, si trovano forme di sperimentazione talvolta interessanti, ma che spesso sono degli alibi; cioè quando si crea un rade made … N.Z.: i musei traboccanti di “oggetti”, “mirabilia”, che perdono il “senso” duchampiano, posto all’incrocio, forse al termine piuttosto che al principio, di una tradizione occidentale, moderna; così una sorta di coazione a ripetere cattura folle di copisti … R.B.: Sì … dei copisti. I mobiles, o le installazioni interattive presentano tratti interessanti, ma mi è capitato di ascoltare di recente un pianista giapponese il cui concerto è consistito in un lungo silenzio interrotto da pizzico di due corde in coda … Mancano i criteri. Nell’antichità classica, dalla Grecia antica al 1509, con Luca Pacioli, l’arte era calcolabile, come è calcolabile la musica; quando si è scoperta l’incommensurabilità con la rivoluzione copernicana, i criteri di proporzione sono venuti meno, ci si è resi conto che si aggiungeva un nescio quid, che solo l’artista, il genio, figlio di un dio minore, poteva creare, ed è subentrato il gusto, ed il gusto è “palato” … ma si rende necessario quello che Hume chiamava standard del gusto. Questo si è trovato nazionalizzando l’arte, con Napoleone, il British Museum, … il museo come modello: oggi abbiamo una quantità di musei, riviste d’arte, ministeri dei Beni Culturali, studenti, gallerie, … una “rete”; con ciò non si vuol dire che l’arte sia “morta” … perché nonostante questi lamenti poi emerge un fenomeno come Beuys che sorprende … N.Z: A proposito dell’arte contemporanea lei parla di due tendenze fondamentali, l’una tendente a un sacro non religioso, l’altra alla contaminazione … R.B.: … un po’ come il giapponesismo che ha alimentato le prime avanguardie … N.Z.: ma lei segnala anche una terza via, o meglio una via non tracciata. La siepe dell’Infinito di Leopardi, sopra nominata, può riproporre il dilemma della gara tra Parrasio e Zeusi, che è dilemma della pittura, della rappresentazione, della superficie, del velo, limen … ma è testimone anche di un’immanenza preliminare … la bellezza “semplice”, come è già definita nei filosofi antichi, bellezza dell’oro, delle stelle, quindi della foglia, del ramo, della terra, ovvero della siepe … sub limo e sub limen, riprendendo la duplice etimologia … R.B.: L’immagine del buio oltre la siepe…è proprio una bella immagine, perché mette in rapporto la caratteristica che dovrebbe avere l’arte di essere qualcosa di limitato, preciso, diciamo così, con intorno una cornice che è a sua volta limite della pittura, che allude e rimanda a qualcos’altro, nel senso del detto di Eraclito sul Signore di Delfi, Apollo, che … “non dice e non nasconde, ma fa cenno” (semainein : dà un segno), indica, questa è la natura dell’arte, che partendo da qualcosa, un oggetto, un rade made, un quadro, una musica, mi rinvia al di là e mette in movimento tutta una serie di rapporti percettivi, e mentali ed emotivi, che sono capaci di scombinare lo status quo delle cose; infatti cos’è il kitch? Qualcosa che non mi provoca niente, se non forse momentaneo; l’arte invece mi “squilibra” … e di qui il naufragio. N.Z.: L’opera però non è forse sempre stata un mezzo più che un fine, tanto in Leonardo, che la interpreta come profonda impresa conoscitiva, che per coloro che paiono perseguire in essa la “bellezza”, la perfezione armonica di Piero della Francesca … R.B.: Nel mondo antico, nella tradizione platonica fino al Rinascimento, c’è l’idea che la bellezza sensibile, il “colore”, rimandi platonicamente a una bellezza intelligibile, che è akromatòn; l’estetica moderna, proprio parlando di aisthesis, sensazione, dice che non rimanda all’intelligibile, o all’al di là, ma a tutto il campo di significati - sia percettivi che mentali - che sono dentro di noi. Il sensibile è ineliminabile … cosa sarebbe una musica senza suono, ed è dentro questo modello, il gioco è tutto immanente, intimo; la poesia mi rimanda a qualche altra cosa, ma è qualche altra cosa di insituabile, a-topico, anche in questo caso, piuttosto che utopico … è una terza realtà tra percezione … tra principio di piacere e principio di realtà: non è principio di realtà perché non è mimesis in senso banale, copia della realtà, non è principio di piacere perché non è semplicemente un fremito … ma è nello stesso tempo cognitivo e … è come diceva Eraclito che quelli che dormono hanno un mondo proprio e coloro che sono svegli hanno un mondo comune: il mondo dell’arte non è nè proprio né comune, fa la spola tra il mondo dell’artista che crea o del fruitore che gode dell’opera d’arte, e un mondo collettivo di significati che è la ricchezza culturale che si è stratificata nel tempo: io leggo Dante e capisco tante cose, Dante, me stesso; la capacità di innestare nuovi percorsi; un’arte è tanto più grande quanto più resta e dura nel tempo: Sofocle è nostro contemporaneo più di Beckett …
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Logica del senso o logica della comunicazione? conversazione con Michelangelo Pistoletto di Nazario Zambaldi
Michelangelo Pistoletto si trova la sera del 25 maggio 2007 a Merano per presentare il progetto “Terzo Paradiso” con la gallerista e editrice Marzia Corraini, introdotto dal critico Valerio Dehò; Pistoletto ha curato un’installazione per la mostra in corso “Children’s Corner”, esposizione di “Opla”, archivio dei libri d’artista per bambini raccolti dalla Biblioteca Civica di Merano a cura di Barbara Nesticò, con cui lo scrivente ha collaborato con un progetto rivolto a bambini e ragazzi delle scuole. Nazario Zambaldi: A proposito di “arte-fatto”, ovvero l’artificio che distinguerebbe il tecnologico dalla natura come “seconda natura”, si ipotizza una soluzione “sociale”, come nel progetto “Terzo Paradiso” ove il pubblico è chiamato a partecipare; i bambini, per esempio, i più recettivi, a “giocare”. Il “gioco” è quello regressivo, circolare, creativo, dei bambini, e su un altro piano, del senso, è anche quello della “teoria dei giochi”, attraverso cui si legge la contemporaneità come priva di direzioni. Andiamo con ordine senza anticipare gli argomenti: il tema della conversazione che distingue tra un “Primo Paradiso”, edenico, la natura, un “Secondo Paradiso”, quello tecnologico che lo avrebbe intaccato, e un “Terzo Paradiso” che si auspica sintesi armonica tra i due affidato alle attuali e future generazioni, vorrei trasferirlo nell’arte, nel suo “sistema” e nel suo significato convenzionale, sociale, estetico, coinvolgendo Michelangelo Pistoletto come “artista”, con una sua storia; a tal fine la distinzione tra natura e arte-fatto non riguarda più la tecnologia in generale, bensì nello specifico l’arte, come artificio. Quindi la mia domanda: nella contemporaneità per l’arte e l’artista quanto prevale una “logica della comunicazione” e quanto una “logica del senso”, e quanto, ipotizzando che la seconda sia prioritaria, la prima può sostenerla senza svuotarla in mera comunicazione? Michelangelo Pistoletto: Mi si porta dentro la mia storia; ma la mia storia nasce da un bisogno di ricerca mia di identità. Infatti nasce dall’autoritratto; l’autoritratto è sempre stato fatto dagli artisti, proprio perché l’artista và nel mondo, e cerca di rappresentarlo, parlo dell’artista raffigurativo, appartenente a una tradizione figurativa che va dai greci ai romani, ai cattolici, diversamente da altre forme di pensiero non raffigurativo che procedono attraverso fenomenologie di ordine religioso. Ma io come “italiano”, non conosco altra storia che della figurazione; facevo restauro di quadri antichi con mio padre da ragazzo … per me l’immagine è fondamentale. L’immagine mi ha dato questa possibilità di lavorare nella mia identificazione, nell’auto-identificazione. L’autoritratto: per fare l’autoritratto ci vuole uno specchio; attraverso lo specchio io mi vedo, ma non mi basta, perché devo anche portare questa immagine così oggettiva di me su un piano concettuale: la tela bianca a fianco allo specchio è il luogo concettuale, è il luogo su cui è scorsa …, anche se è bianca in quel momento, è “sbiancaggio”, è la storia che è sbiancata, però su quella tela è passata la storia fino a quel momento. Quindi è il concetto stesso di arte. Gli artisti facendo il proprio autoritratto finiscono per trovarsi, non più nello specchio, sulla tela, ma da soli. Quasi tutti gli artisti che hanno fatto l’autoritratto li troviamo soli sulla tela, tranne alcuni tentativi di introdurre qualche personaggio in più sulla tela. Quando io sono arrivato a trasformare la tela, attraverso ricerche materiche, in una superficie che specchiava, che cominciava a specchiare, ho dipinto la mia immagine su quella superficie guardandomi direttamente nell’altro quadro e non più nello specchio, cioè il quadro è stato specchio, ha portato il luogo del concetto, il luogo dell’oggetività, a divenire cultura; e quindi il concetto di me, l’immagine di me, la realtà mia che guardava me stesso, guardare me e l’immagine che stava tra me e me stesso, questo è stato un punto che mi ha molto sorpreso, ma la cosa che mi ha ancora di più sorpreso era che l’autoritratto dell’artista non lasciava l’artista solo. Quelli che passavano davanti al quadro diventavano parte del quadro; la società diventava parte del quadro. Quindi l’artista per la prima volta non è più solo nel suo autoritratto, ma è talmente non-solo che c’è tutto il mondo, perché dappertutto, in qualsiasi luogo il quadro specchiante si sposta, lì entra una persona, che è un individuo che sta davanti al quadro, entra l’individuo, così come entra l’io come artista, così come entra la società che sta intorno a ognuno di questi individui: così il singolo e il molteplice assumono un valore fondamentale in tutta la mia opera. Così ho capito che di lì dovevo tirare fuori il “senso”, che in quell’opera che diventava simbolica: ma era un simbolismo “fenomenologico”; non che io avessi disegnato un simbolo mio: stava succedendo qualche cosa che non era… non rappresentava la mia emozione, la mia volontà, il mio tormento, il mio concetto o la mia elaborazione. Erano due elementi assommati, messi insieme: la dinamica continua delle figure in movimento nello specchio e l’immobilità della figura che io fissavo come autoritratto. Poi l’autoritratto è diventato, così come nello specchio c’erano tutti, quasi un racconto della vita, quello che io fisso nei vari quadri specchianti. Questa fissità e questa dinamica sono diventati due elementi di quella “bipolarità”, polo positivo e negativo, ovvero tutti i “contrari” che si sono trovati, congiunti nel quadro: reale e virtuale, statico e dinamico si sono incontrati, ricordo (l’immagine fotografata e fissata è memoria) con il presente e il futuro, che convivono nel presente, l’assoluto, perché c’è l’assoluto nell’immobilità e nella dinamica infinita del relativo, il relativo e l’assoluto diventano due elementi perfettamente combacianti … tutti i fronte-retro, perché ciò che vedo nello specchio è davanti a me, è la prospettiva, la prospettiva che sfonda in maniera diversa la prospettiva rinascimentale, che ci mostrava solo quello che stava davanti ai nostri occhi, il futuro, il “moderno”, la modernità; la mono-direzionalità del progresso: il quadro specchiante mi apre tutta la prospettiva davanti agli occhi, ma mi mostra che tutta questa prospettiva mi sta alle spalle, quindi tutta una responsabilità del passato che piomba davanti ai miei occhi per capire il futuro. Quindi più ne cerchiamo più troviamo poli opposti che si congiungono, così come i due elementi “fanno l’amore” e producono il “terzo” elemento, come elemento produttivo di visione. Ma non “mia” visione: l’artista come medium. N.Z.: L’artista si trova quindi, secondo la duplice accezione, mantenendo la polarità, in una funzione “medianica” e “mediatica”; la questione resta dunque, in che misura prevale l’una o l’altra, e, non secondariamente, in che misura s’indebolisca in relazione a ciò, il “senso” di cui si parlava, posto che la “comunicazione” è quella che impera tanto nel mondo dell’arte che in generale … M.P.: L’arte è comunicazione da sempre; in passato, nell’antichità, l’arte era opera di servitori “comunicativi” per conto di un’intellettualità che esprimeva valori che potevano essere condivisi, talvolta lo erano, talvolta si trattava di “pagnotta” … N.Z.: Si parlava prima di “solitudine” dell’artista … M.P.: Certo, ma l’intellettuale non era l’artista, erano i sacerdoti, oppure la scienza “sacerdotale”; quindi l’artista era al servizio di questa “forma”, dove si pensava potesse servire aiutava la diffusione di pensiero, pensiero di determinate zone di intellettualità alta. Soltanto nel XX secolo l’artista ha assunto in proprio l’intellettualità; non ha più fatto opera rappresentativa di altro che del “suo” segno; qui trovo piena coincidenza tra segno e significato: il segno di Franz Klein è il significato di Franz Klein, non c’è nessuna differenza. N.Z.: Quindi Michelangelo Pistoletto presente in questo luogo, è anche il suo autoritratto … M.P.: Il mio autoritratto… vedi il punto … qui c’è stato un passaggio. Da un Novecento, XX secolo, in cui l’artista ha assunto la propria soggettività come simbolo di autonomia assoluta dell’arte, visiva, non più rappresentando alcunché di sociale, ha fatto un’opera estremamente sociale: si è sottratto alla società. Ha messo nell’individuo la carica totale, esplosiva, o implosiva è forse meglio dire, di tutto quello che la società poteva essere, pretendere dall’arte come sistema comunicativo. L’artista è diventato comunicativo di questo, ha comunicato questa autonomia generale; il mio problema non era quello di ripetere questo stesso esperimento, avevo davanti agli occhi il lavoro che gli artisti avevano fatto negli anni Quaranta e Cinquanta, che era proprio quello di cui si è parlato, la soggettività come parafulmine dell’umanità. Mi sono detto: “Questa stessa operazione io non la posso fare, perché divento un uomo isolato, astratto, non ho più ragioni … l’ho capita questa cosa”. Allora ho pensato che dovevo portare, capire se c’era un’oggettività nell’arte, non più solo una soggettività; questa oggettività doveva appunto portarmi a degli elementi universalmente riconoscibili, ma non perché un’intellettualismo o un’intellettualità superiore o fuori dall’arte avesse deciso, bensì accettata dall’arte assumesse in sè una dimensione oggettiva; quindi diventava elemento comunicativo universale. Quindi io ho salvato l’autonomia dell’arte, cerco di salvarla, portandola al centro dell’universo sociale, ma non per giustificare o raccontare ciò che intellettuali, politici, religiosi … vogliono. Io divengo l’elemento che modifica … sono loro che devono piano piano divenire rappresentativi dell’arte e non l’arte loro rappresentazione.
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